ELOQUENZA DEL SEGNO

Testo: Eva Fabbris
dal catalogo della mostra

Vedendo i disegni di mia mamma, Annamaria Trevisan, e quelli di suo padre modellista orafo ho compreso che esiste un segno pittorico che è innato, probabilmente genetico e inapprendibile. E’ stato dunque fondamentale che la sua formazione iniziasse al Liceo Artistico di Venezia, città culla di una scuola pittorica fondata sul primato del colore rispetto al disegno, sostenuto invece in Toscana. La sua preparazione alla pittura fu presto completa.

Entrata giovanissima nell’insegnamento ha sentito la necessità di completare la propria cultura artistica con lo studio universitario della psicologia: risale a questo periodo di apprendimenti la mai più chetata passione per la mitologia. Anna rimase conquistata dalla scoperta dell’assoluta universalità e della pregnanza dei significati del mito. Nello stesso periodo, per quasi vent’anni si educava alla scuola dei Maestri dal Rinascimento fino ai primi del Novecento: eseguendo copie di Sacri soggetti, Nature morte, paesaggi, la sua versatilità veniva stimolata dalle modalità pittoriche, estetiche e narrative susseguitesi nei secoli.

Si palesarono, naturalmente, affinità stilistiche ed emotive con alcuni autori, quali Gianbattista Tiepolo, Rosalba Carriera, Giovanni Boldini ma con consapevole eclettismo ha continuato a percorrere e ripercorrere la storia dell’arte. Nel frattempo un altro delicato campo di indagine figurativa sfidava le sue capacità artistiche e insieme quelle di penetrazione psicologica: nel ritratto Anna riesce spessissimo a cogliere le tipicità di volti e atteggiamenti con la stessa profondità con cui si accosta alle opere d’arte del passato. Nessuno ha saputo narrare l’esperienza di essere indagati e scrutati da questa pittrice meglio dello scrittore vicentino Virgilio Scapin, che ne ha tratto un delizioso racconto breve presente in questo catalogo.

Come, naturalmente, per i ritratti, la gran parte delle copie veniva eseguita su commissione: e ad appassionati d’arte, architetti e arredatori, presto si affiancarono scenografi cinematografici e televisivi. Sue, ad esempio le tele con cui si ricostrui’ lo studio di Tiepolo per un film presentato al festival di Venezia, o l’opera protagonista di un delitto ricreato per una nota trasmissione televisiva. Ma una delle committenze più stimolanti venne da un paesino vicino a Vicenza, dalla cui chiesetta romanica erano state rubate due pale d’altare Cinquecentesche. Il furto risaliva ad una quindicina d’anni prima, ma il ricordo delle immagini sacre era ancora tanto vivo tra i parrocchiani da diventare la fonte orale per il bozzetto.

Ricordo il pomeriggio in cui si riunirono a descrivere ad Anna i particolari che avrebbero nuovamente caratterizzato S.Daniele e la Crocifissione con Maria e Maddalena, mentre lei ridava vita ai loro ricordi, in un perfetto stile pre-Manierista. La sensibilità con cui ha saputo tradurre in immagini la fiducia devota di una comunità di ritrovare i destinatari delle proprie preghiere è stata di buon auspicio per Anna: fin da allora si è stabilito con i soggetti religiosi e con la committenza clericale un rapporto di elezione.La Chiesa si trova ad essere depositaria di un’attenzione e di una conoscenza della forza delle immagini che questa artista condivide e di cui sa avvalersi. Le prime opere pittoriche in cui ha usato la propria sedimentata cultura artistica, iconografica e stilistica emancipandosi dalla copia dei Maestri sono, infatti, dipinti devozionali. E alle pale d’altare (a Campiglia dei Berici, Monteviale, Sovizzo) presto si sono aggiunte anche opere di dimensioni e impegno maggiore. La prima tra queste è il soffitto dipinto ad affresco della chiesa parrocchiale di Solesino, in provincia di Padova. Questa tecnica necessita della padronanza massima del tratto pittorico in quanto, eseguita con pigmento in polvere sulla malta fresca, non ammette errori. Quotidianamente, dunque, per otto mesi di lavoro, una porzione della superficie di 107 metri quadrati, probabilmente la più grande mai dipinta da un’artista donna, veniva preparata da un muratore specializzato. Questo processo ha portato Anna ad un ritmo vitale ed artistico vissuto dai maestri dell’affresco di ogni tempo: il suo lavoro era scandito in “giornate”, così si chiamano i brani di superficie approntati per la pittura, da affrontare con decisione e rapidità. Naturalmente una tale operazione ha richiesto un lungo lavoro di preparazione in studio, anche questo eseguito secondo i canoni decretati dalla storia e dalla tradizione artistica. Dopo il bozzetto in scala, approvato pure in questa occasione dai fedeli, Anna ha preparato un disegno in dimensioni reali, da cui ritagliare il contenuto di ciascuna giornata; quest’ultimo veniva poi applicato alla parte di soffitto preparata e ripassato a spolvero, in modo da avere sul muro un abbozzo proporzionato. E’ facile intuire, infatti, la difficoltà di dominare le grandezze di un insieme di quelle dimensioni e all’altezza di tredici metri. Oltre all’indubbio valore del risultato estetico raggiunto dall’opera, trovo stupefacente l’affinità emotiva, oltre che stilistica, con cui l’affresco si è inserito in un’architettura Settecentesca. La Vergine Assunta, soggetto principale, accompagnata classicamente dagli Apostoli e da angeli musicanti, è adorata anche da rappresentanti contemporanei delle religioni. Nondimeno quest’ultima parte del dipinto è organicamente compresa nell’esito visivo complessivo. Il sensibile incanto di fondere una pittura moderna, sebbene sempre riferita al classico, con architetture ecclesiastiche antiche si è ripetuto nelle ultime importanti opere richieste ad Anna dalla committenza religiosa. Un telaio ovale da inserire nel soffitto della chiesa Seicentesca di Sarcedo, in provincia di Vicenza, e l’affresco nel catino absidale della preziosa chiesetta Cinquecentesca di Camazzole, presso Padova. Le due opere sono rivelatrici dei poli emozionali da cui si muove l’arte di Anna Trevisan: la Pentecoste di Sarcedo sfoga in un sapiente equilibrio compositivo il turbamento dell’avvenimento evangelico, mentre la serenità di Cristo regge il ritmo limpido dell’Ultima cena affrescata. Mi preme riferire l’entusiasmo e l’emozione con cui mia mamma si arrampica sulle alte e traballanti impalcature da muratore a dare un’immagine alla devozione, a narrare le storie edificanti che fanno parte del repertorio culturale di ognuno. Credo che oltre alla straordinaria dote artistica ciò che rende eloquenti le opere di Anna sia proprio questa particolare considerazione per l’archetipo. Le opere esposte in questa mostra ben rappresentano l’interesse, divenuto primario, di cogliere le possibilità eloquenti del racconto mitico e religioso. Ha ritrovato e rimesso in gioco ciò che tanto l’aveva appassionata nello studio della psicologia, in particolare quella Junghiana: l’esistenza, in ogni popolazione e in ogni epoca, di racconti, e dunque di immagini, educativi in quanto capaci di riportarsi alle emozioni del singolo. La traduzione in arte di questo interesse è nell’uso di una pennellata che è anch’essa archetipo: è quel tratto al di sopra degli stili, forte e immediato, che ritroviamo nei disegni e nei bozzetti dei grandi artisti, quale testimonianza più emotiva della loro espressività. Anna però non vuole raccontare nuovamente, preferisce svelare quel tanto che ci basta a riconoscere e a riconoscersi.