I RITRATTI

Testo: Guerrino Lovato
scritto in occasione della mostra

Nella terraferma veneta, e specialmente da queste parti, l’arte del ritratto si è come rifatta tra le due guerre. Era culminata in osmosi alla fotografia anche dipinta, nei primi del ‘900 quando l’aristocrazia e l’alta borghesia vicentina si facevano ritrarre tra il palazzo di città e la villa di campagna. Specialmente qui, in villa, tra i pergolati di glicine e di gelsomino, tra le rose e i cani preferiti, si facevano immortalare dagli artisti locali i proprietari terrieri con le loro signore, così come volevano la moda e lo stile Liberty e floreale ma anche la letteratura.

Fogazzaro fu il biografo di questo ceto agiato e orgoglioso, imprenditore e conservatore ma con un solido senso del decoro e della misura; mai stravagante o viziato, semmai originale e sorprendente.

Ancora non si è studiata la ritrattistica delle scuole venete a cavallo del secolo, tra tardo Romanticismo e Liberty, perché non si sono aperte che di recente le collezioni private vicentine (Marzotto per esempio) ma anche perché e storia recente e questo “Piccolo mondo antico” ritrae parenti ancora stretti che i nipoti ereditieri gelosamente venerano e discretamente esibiscono nelle loro ville, ancora arredate in stile, tra l’argenteria e le porcellane virate dai riflessi variegati delle vetrate. Questo “mantenere” il ritratto è segno dell’attaccamento verso un’epoca profumata e galante ma anche generosa e raffinata espressa nella grande letteratura vicentina che ha avuto una grande anima in questo secolo.

Quei ritratti, come questi di Anna Trevisan, hanno la voglia di raccontare e necessitano del vivo commento o dell’autrice o del ritrattato non perché non siano sufficienti a se stessi, nella loro compiuta immagine, ma perché mirano alle parole, alla letteratura. Non importa se poi è anche salotto perché è familiare e benevolo. Come in quel fine secolo, così in questo, l’arte del ritratto di Anna respira un’aria quasi viennese, più centro-europea che veneziana e mediterranea.

Questa arte del ritratto, qui nel “vicentino, non ebbe una grande evoluzione. Si fermò tra la metafisica e i valori plastici e forni di severi ritratti negli anni ’5O e ’60 gli studi di avvocati e le sacrestie; sostituita poi o dalla fotografia elaborata in studio o dalle più “artistiche” materie che connotano il ritratto celebrativo o funerario.

Anna Trevisan si innesta, alcune generazioni dopo scavalcando per età e per scelta quello stile pesante e cupo, nella tradizione veneta “fine secolo” che era di per sé Neorococò e Neobarocca. Lei non è piùncostretta da una scuola locale e da una tradizione, dopo aver “viaggiato” tra Parigi, Praga e Vienna, ritorna volontariamente a produrre a Vicenza nel migliore degli stili che la città abbia avuto.

Anna Trevisan è figlia di un noto incisore orafo e nipote di un ritrattista che le fecero respirare in quel piccolo mondo raffinato e di tradizione rappresentato dalla Vicenza degli anni dopo la guerra che ancora si riferiva, almeno come mito, alla “belle époque”.

Anna ha conservato questi ricordi e li sta portando in luce con un’operazione di archeologia sentimentale, come un desiderio per atmosfere non dimenticate, ma di nuovo rappresentate; i suoi ritratti sono dei “desideri in stile”. Ha sposato un artista d’avanguardia col quale ha partecipato ad avvenimenti e spettacoli portando il suo incanto trasognato e lieve per quanto complesso e impegnato. Anna è una vera ritrattista “fine secolo” intendendo questo secolo, il ’900, che nel suo finire assomiglia un po’ all’altro, si coccola e si accetta più volentieri se è abbellita e nel giusto tono. E’ incantevole il lavoro di Anna Trevisan perché è tutto in superficie e tutto sopra la pittura: tre velature al massimo ed ecco i1 giusto tono, poche linee aggiustano la forma con disinvoltura ed il modello o la ti ti guardano e ne sono contenti.

È il piacere e il piacersi che permea questo genere di ritratti che ha avuto la sua origine nella grande ritrattistica nordica del ‘600 e poi nel Rococò internazionale e poi anche nell’Impressionismo metropolitano e, per finire, dietro le alte e infiorate mura delle ville e dei palazzi vicentini. Quello che si vede nella pittura di Anna è la consumata maestria, la leggerezza di tocco e di tono, l’apparente facilità di esecuzione, il piacere di mostrare il profumo dei colori. Questo le deriva anche dalla lunga frequentazione dei maestri del passato che Anna ha studiato copiandoli e restaurandoli in maniera personale e brillante.

Anna è una vera virtuosa della “recitazione visiva” che permettendole di restare sempre sopra le righe riesce comunque a chiudere un discorso, seppur mnemonico, sulla “vita” del modello che così in parte recita: «Voi che mi guardate e vi guarderete in questa tela dipinta, non potrete essere più attraenti di come io vi ho visto qui; anzi, se volete affascinare specchiatevi in questo vostro ritratto».

La pittura di Anna entra nella tradizione pittorica e dunque nell’estetica attraverso l’Estetismo che significa l’assoluto piacersi. Anna ci regala senza sensi di colpa un po’ del nostro mai sopito narcisismo.

In questo già possedere la struttura plastica dell’individuo che le posa davanti e non dovendo calarlo di peso sulla tela, ma rappresentarne le epidermidi con i bagliori e i riflessi e comunque captarne la somiglianza e dunque una forma della personalità, l’Anna Trevisan è davvero inimitabile. Catturare la somiglianza del modello con la freschezza e lo stile di Anna è cosa non da poco. Lei si insinua nella personalità del soggetto non con la lente di ingrandimento o con il bisturi, non rivolgendo domande riposte in chissà quale ruga, ma rispondendo alla domanda che sempre ci si fa anche di fronte al fotografo e, a maggior motivo, verso la ritrattista: siamo o no degnamente rappresentabili in quel lungo attimo che è la posa? Lei conferma, con npennelli e colori e la sua “lente di gradimento”, una nostra bellezza da noi stessi ignorata. Per lei disegno e colore sono la cosa; dove uno non arriva supplisce l’altro e felicemente quel modo personalissimo ci fanno contenti davvero.

Lei ha sempre buona disponibilità verso il modello e, a lavoro finito, gli regala sempre il meglio di sé, certo lo migliora e gli insegna a stare sulla sedia, gli dà un’epoca alla quale riferirsi e dove può “essere migliore” e poi lo blocca, con lievi nastri di colore, al di sopra delle previsioni del modello. Lei non appartiene ad una scuola come era inevitabile per qualsiasi artista fino a tempo addietro, ma ha scelto lei stessa dove e con quale maestro stare “in onda” quando dipinge.

Questa libertà e questo variato punto di vista fanno della sua pittura qualcosa di antico, in senso di tradizione, e di contemporaneo nell’ambito della raffigurazione. Essere di questo tempo significa anche accarezzare la superficie delle cose, anzi, senza toccarle come si fa nelle pinacoteche, lasciarsi “sensibilizzare” come in senso fotografico dalle antiche maestrie e poi “impressionare” con la nostra luce, tramite il negativo-ricordo, la tela e i colori e fermarsi al giusto momento… senza errore e senza difficoltà apparente. Poi, quando si passa in corso Fogazzaro, davanti al suo atelier e la si intravede lavorare, ci si chiede se si può disturbare o meno, e lei cordialmente ti invita ad entrare, poi ti osserva un po’ confusa e parlando sottovoce sembra quasi che si ritragga… ma guarandoti gentilmente ti accorgi che lei non si ritrae… ti ritrae.