IL TEMPO DELL’ARTE

Testo: Eva Elisa Fabbris
scritto in occasione della mostra

Andiamo alle radici della cultura italiana, in letteratura, per esempio al sonetto duecentesco: esso riserva, anche al lettore contemporaneo meno avvezzo una scoperta che riguarda il tempo, e cioè la possibilità di riconoscere che, anche a “quel” tempo, i sentimenti, le pene e le gioie d’amore, la solitudine, la riconoscenza…, si provavano, uguali ad oggi, in una maniera che prescinde completamente dal tempo storico. Una delle straordinarie possibilità che tutte le arti donano a chi voglia accostarvisi è il potere di far sentire all‘Uomo una comunanza con Altri di interessi, formule culturali, ma soprattutto di emozioni. Nel campo delle arti visive, e parliamo subito in particolare della pittura, nel corso dei secoli si sono stabilite delle iconografie, più o meno ricorrenti, spesso re-interpretate dai grandi artisti nella loro pregnanza di significati, mediante le quali l’espressione di tale comunanza è incarnata non solo dai personaggi o dagli episodi scelti dal committente del quadro o dall’artista, ma anche e soprattutto dalla gestualità delle pose nelle quali personaggi ed episodi vengono rappresentati. La Carità, ad esempio, è un soggetto dell’iconografia molto semplice: si tratta di una donna che si prende cura di due o tre bimbetti, spesso allattandone almeno uno; nessuno ci dice che siano figli suoi, anzi, incarnando questa figura femminile la quintessenza dell’atto caritatevole, è improbabile che essa sia madre.

Questo per descrivere il “carattere” di questa donna. Anche la psicologia più intuitiva di questa donna, che è donna e al contempo simbolo di una fondamentale Virtù cristiana, e dunque deve, mediante la rappresentazione, servire da esempio. Anche la psicologia più intuitiva (che non è certo quella della pittrice della quale ci stiamo avviando a parlare, Annamaria Trevisan, la quale ha, tra l’altro, all’attivo un biennio di studi universitari proprio in psicologia!), ci dice che il migliore esempio passa attraverso l’identificazione. Ecco allora il valore di quella gestualità, di quelle posizioni, di quelle espressioni inventate e donate dai grandi pittori della storia dell’arte, capaci di rendere vitali (direi quasi vivi) i modelli iconografici dettati dalla tradizione a loro precedente e dalle necessità liturgiche o narrative. La mano della donna che sostiene le natiche rotondette di un puttino, gesto infinitamente dolce e familiare a chi si prende cura dei bambini; o la riconoscenza gioiosa, sognante e un po’ discola dell’infante che poppa; gli abbracci, la fiducia, la preoccupazione negli occhi.

Sappiamo bene che nel corso del Novecento, una buona parte dell’arte d’avanguardia ha abbandonato la raffigurazione, considerandone pericoloso e falsante il rapporto di identificazione col reale: in fondo, che cosa ci può dire della nostra contemporaneità un’immagine inventata che somiglia a ciò che vedo, ma sempre in maniera meno assoluta di quanto possa fare la fotografia (invenzione che ha sconvolto il fare arte moderno)? Che cosa c’entra una rappresentazione in due dimensioni (quella della tela) fatta con una tecnica vecchia di secoli, con il mondo attuale industrializzato, relativizzato, laicizzato, ideologizzato? Le Avanguardie artistiche hanno dato delle straordinarie risposte, o delle validissime e poeticissime alternative alla pittura e alla scultura tradizionali. Ma senza perdere completamente il contatto con la storia dell’arte, delle tecniche, dei soggetti.

Abbiamo parlato di gestualità del soggetto dipinto; pensiamo ora alla gestualità di chi dipinge, riflessione, questa, che ha attraversato il Novecento. L’atto della pennellata, il gesto, la volontà di lasciare un segno sulla tela: di dire, di comunicare, che cosa?

Per Annamaria Trevisan ciò che va ancora detto sulla tela sono le emozioni, che la storia dell’arte ci ha trasmesso mediante le iconografie, mediante le personificazioni suggestive e mediante anche la modalità pittorica. La pittura di tocco, gestuale, rapida, istintiva non è una novità, men che meno nei dintorni di Venezia (basta il nome di Tintoretto?). La Trevisan passa pomeriggi, nel suo studio di Lonigo, cittadina tra Vicenza e Verona a sfogliare libri di dipinti antichi: scorre avanti e indietro i secoli, ritrova e riscopre personaggi amati, si lascia persuadere da quel che i quadri raccontano. E’ come se lei stessa fosse uno strano filtro di immagini, che si sedimentano nella memoria visiva, per uscirne infine, attraverso la mano, la pennellata, come mondati dalle caratterizzazioni storico-stilistiche, dalle ridondanze rappresentative. Rimane la riconoscibilità, talvolta non immediata (e in questo la nostra si diverte a sfidarci, con una maestria inarrivabile, frutto di decenni di lavoro), e quindi la possibilità di recuperare quella comunanza tra Uomo e Uomo, tra epoca e epoca, che non può che passare per l’emozione. La Carità della Trevisan, allora, è una figura che si dispone lungo la diagonale della tela, della quale non ci è data una fisionomia, ma nei confronti della quale è forte la sensazione della cura, dell’amorevolezza,che appaiono appena, mediante gesti che sono forti, riconoscibili e immediati nelle figure rappresentate, quanto sono forti, riconoscibili e immediate le pennellate che le individuano. Opere che si confrontano, vis-a-vis, con una tradizione, che ne prendono una possibilità a-storica: quella di passare direttamente per le emozioni: provate, rappresentate, dipinte.