LICENZE POETICHE

Introduzione critica: Floriana Donati
scritto in occasione della mostra

Prima che il pennello si lasci andare al canto delle sirene di un automatismo del segno, sull’onda di uno straordinario feeling visivo con il repertorio della pittura classica colto con personale sentimento, per nulla archeologico, Annamaria Trevisan ci sorprende con nuovi esiti della sua pittura. Una specie di approdo al grado zero della sua nuova ricerca espressiva.

Dopo aver indossato la classicità come una seconda pelle, abito perfetto della sua sorgiva emotività; dopo aver sentito addosso la dolcezza o la sensualità, la tenerezza o la forza di un gesto pittorico antico e sempre nuovo nella sua energia comunicativa, reso con freschissimi effetti di “improvvisi” dentro una fuga prospettica, uno scatto plastico, un lampo di luce; dopo aver metabolizzato il segno storicizzato, ora la sua pittura si spoglia.

Depone gli accessori della comunicazione, ne conserva il nucleo, diventa traccia. Puro glamour, fascino, ma fuori dalle mode, innestato sull’essenza della spinta creativa. Non serve ricostruire tutta l’immagine per catturare un sentimento, basta un particolare significativo a sorprendere le figure nell’istante più intenso: l’energia di una mano, la sensualità di uno sguardo, la tensione di una anatomia, senza più bisogno di velature, effetti cromatici, sfumati strategici… Il suo pennello, finora sospinto da una innata gestualità sciolta e immediata, frena sul ruvido supporto di tela grezza di juta o mistolino, privato della preparazione di fondo, degli ultimi monocromi ad olio – color bianco, bruno o terra di Siena – di canoviana memoria, che la Trevisan ha scelto come nuovo terreno di sperimentazione. Sfruttando la sua innata sicurezza del segno, ora sembra spingerlo contro il tempo, contro la certezza di una sapienza pittorica sedimentata, contro i facili automatismi del gesto. Unico vincolo resta la tela ruvida, con la forza della leggerezza che è anche il suo modo di sentire la vita. Una scelta coraggiosa per chi come lei ha respirato da sempre le atmosfere luminose del colorismo veneto e ha goduto dell’immagine piena.

Ma bastano la sicurezza del segno e l’abilità tecnica a cogliere l’essenza emotiva dell’immagine Lei si candida alla sfida: la storia è dentro, non fuori di noi. Impressa nelle tracce indelebili ed aeree di una profana sindone delle nostre emozioni senza tempo. Fantasmi del passato, apparizioni nate nel grembo della tradizione iconografica per eccellenza ispirata al mito e alla religione, dall’inesauribile valore simbolico. Corpi fatti di aria che giocano sul confine labile tra figura vista e intravista da chi guarda in cerca ora dell’una ora dell’altra, dentro una composizione che le confonde di continuo. Più esplicite nei due corpi di Dialogo fluido come un’onda quieta, ridotte al groviglio del panneggio che genera l’energico intreccio delle mani ne Il figliol prodigo, dissolta in contatti intermittenti di linee-forza in Protezione, puro respiro di corpi leggeri come nuvole, quiete o affilate, nelle due versioni di Adamo ed Eva, nient’altro che morbidezze accoglienti nella Carità. Tutte variazioni dello stesso tema di fondo: l’inesauribile incanto dei sentimenti. L’emozione è tanto più intensa e feconda quanto più forte è il vincolo: pur nell’attrito con la tela grezza, quasi una sinopia divenuta opera conclusa anziché fase preparatoria, il segno corre sicuro con una destrezza che Annamaria ha allenato da tempo nella esecuzione di grandi affreschi di soffitti, absidi e cappelle in diverse chiese venete. Una tecnica faticosa, ore e ore in posizione scomoda sopra le impalcature, che non concede ripensamenti alla pennellata e limita la resistenza del braccio: non c’è che da essere veloci e sintetici. È la stessa abilità con cui sa afferrare al volo lo sguardo profondo di un volto sorvolando sui dettagli, grazie a un talento innato di ritrattista.

Alla fine i conti tornano: tutto riconduce a una rapidità della percezione che ha a che fare con i nostri giorni, ma senza la concitazione. Non si tratta di arrivare primi a qualche traguardo. Accade come nelle favole – lo ha spiegato bene Italo Calvino parlando del valore della rapidità – dove sul dettaglio prevale l’intreccio e non si sa come è fatto il vestito del re, conta ciò che è necessario al racconto. Sorvolando sui dettagli Annamaria Trevisan potenzia l’efficacia narrativa e ci trasferisce il puro piacere di immaginare, senza intellettualismi, in una fuga perpetua in avanti dove il tempo si dilata continuando a proliferare altre storie. Tanto, il nucleo è solido. La tela grezza è diventata più forte del segno, un supporto materico che prelude a deviazioni verso una istintiva operazione concettuale. Licenze poetiche. E’ proprio perché è dentro il clima culturale contemporaneo che la Trevisan può permettersi di giocare con la storia. Con la libertà di deviare dalle regole consuete della lingua e della etica visiva. Dopo Duchamp tutto è possibile. Siamo o no moderni?