PIU’ CERTA DEL DISEGNO E’ LA SUA FUGA

Testo: Virginia Baradel
scritto in occasione della mostra

Mi sono chiesta perché davanti ai lavori di Annamaria Trevisan la prima cosa che mi è venuta in mente sia stata una combinazione, sulle prime poco chiara, tra il disegno e la fuga. Il disegno, in verità, non ha niente a che vedere con lei poiché le sue tecniche predilette sono l’olio e l’acquarello; dunque niente linea, niente contorno, niente ombre..…..alt. E’ vero che le ombre non ci sono ma è proprio qui che entra in scena la fuga. Al posto delle ombre c’è una lieve furia di segni, l’addensarsi di veloci e spezzate velature: in ogni contrappunto di remota plasticità lievita un’animata varietà di tocchi e pennellate come in un varco al confine tra le membra e la memoria. Da lì può divampare un viluppo di fluide pennellate color della terra, oppure rosse e azzurre: sono i colori della dimensione terrena dell’uomo che tende ad elevarsi.

Tuttavia da quei segni a guazzo, scaturiti da segreti nidi d’ombra, può partire anche un’altra direzione di ricerca: quella della rarefazione che spegne il rumore dei segni e dei colori. Il silenzio della pittura introduce al mistero della rappresentazione. Qui il tratto si fa etereo, tende al bianco, un bianco fugace dove esalano gli echi figurativi e dove svanisce la forma.

A tenere la scena sono le iconografie dell’arte del passato, di un passato post-rinascimentale, quando il dubbio sfiancò la devozione, aprì il vaso di Pandora e liberò il vento -arrangiatore degli effetti visivi e metafora dei subbugli interiori- che fece svolazzare le vesti, sollevare i capelli e camminare le nuvole.

Tutto sembra coinvolto in una corsa veloce come nella gara tra Atlanta e Ippomene del Reni. Si tratta della grande pittura della “perdita” (di un centro prospettico e di rivelazioni certe): la pittura manierista e barocca dove gli Angeli precipitano, i Profeti s’interrogano, le Veneri si volgono e le Madonne ti guardano spaurite o si tengono la fronte come nella Melanconia del Feti (benché abbiano davanti il piccolo Gesù che allatta, non un teschio per meditare sulla vanità del mondo).

Nessuna innocenza, né artistica né filosofica, è concessa al fare del nostro tempo: l’artista conosce bene il passato e sa di non poterlo ripetere. E’ consapevole di muoversi ora con un vocabolario di segni che appartiene per intero alla lingua del presente, la sola che può trasmetterne le verità senza finzioni.

La lingua di Annamaria Trevisan è quella del gesto che s’invola rapido, leggero eppur violento, come per uno schizzo, un primo abbozzo. Ma il tempo di questi lavori, di queste non-pitture già piene di nostalgia, è invece quello finale, quello di un dopo che si è a lungo trattenuto “sull’orlo del visibile parlare”.

I lavori della Trevisan possiedono, infatti, il dono dell’ambiguità. Sembrano facili da comprendere e da ammirare: avvince quell’aereo volteggiar di tratti che s’insegue in groppa all’andamento figurativo di corpi e di vesti, di pose e di gesti. Le iconografie evocate sono così note, così canoniche che quasi imbarazzano sapendo che ora sono chiamate in causa per un’esperienza artistica che le svuoterà del loro potere significante, senza smettere di amarle come antiche madri. E dunque mentre la nobile famiglia delle sacre icone (sacre all’arte oltre che alla fede o alla mitologia) appare e avanza sulla tela, ci si accorge che nulla è veramente più in scena: né le figure evocate, né quei segni turbolenti poiché le due cose non si danno l’una senza l’altra e nessuna delle due possiede un motivo in più per giustificare la propria presenza. E’ vero che si possono “vedere” i segni da soli o le allusioni figurative da sole: con un piccolo sforzo dell’occhio si possono eliminare alternativamente gli uni o le altre (come in un esperimento optical informale) e magari apprezzare i giochi, i movimenti, le “arie” delle pennellate. Ma il punto non è questo perché l’ancoraggio figurativo pretende un supplemento di pensiero sulle ragioni di un simile anacronistico pastiche dipinto anno domini 2005. Ed è a questo punto che entra in scena il disegno come responsabile primo dell’esistenza della figura. Il disegno è un puro fatto mentale, un piano della mente per catturare il visibile che in sé non possiede linee di contorno. Nei secoli il disegno ha vissuto molte avventure, in primo luogo avventure della conoscenza. Alfiere della forma esso ha sovrinteso a tutta la storia della pittura sino alle prime nubi che proprio la pittura veneta ha avanzato sulla sua indiscussa sovranità figurativa, dal Giorgione in poi. A guardare i disegni di Giambattista Tiepolo avvertiamo di trovarci di fronte a un apice e a un bivio: un apice di verità rappresentativa e un bivio sul destino del disegno che non potrà avanzare oltre su quella strada ed infatti si farà linguaggio secondo, calcolo e metrica in epoca neoclassica. Ed è proprio la veloce sanguigna del Tiepolo che ci ha condotto su questa pista davanti ai quadri di Annamaria Trevisan. Ma negli antichi fogli la figura credeva ancora di possedere una vita sua, mentre qui c’è solo il suo fantasma che il ductus svelto delle pennellate tenta di confondere. La figura diventa spazio, il disegno è andato in fumo e l’eco della figura che non c’è più si appalesa per via dei contrappunti, delle spezzature d’ombra e di colore.

E’ dunque questa la fuga che rimbalza da una scaturigine di segni all’altra correndo lungo i fianchi di ciò che appare, ciò che sospira, ma non è più, figura. Il vuoto, allora? Forse che quei segni si affollano e s’inseguono fluidi e scomposti intorno al simulacro di un’icona consolatoria (in quanto canonica, non in quanto sacra) perché sentono che il loro signore e padrone è ora il vuoto? Non più dunque il governo della mente e un processo di conoscenza essi testimoniano ma uno spazio senza destino. E’ questo il loro Maelström e per questo si aggrappano e fioriscono di nuova e caotica vita, sempre più autonoma, intorno a quei fantasmi di figure che hanno magnificamente retto, dominando il vuoto, per secoli. E’ una lezione di pittura quella che ci viene da Annamaria Trevisan, ma anche una meditazione.