QUANTO LIBERO

Testo: Giovanna Grossato
scritto in occasione della mostra

Annamaria Trevisan è una pittrice che ha fatto della sua arte un mestiere e di un mestiere la sua scelta di vita, che campa d’arte e che sull’arte elabora continuamente ricerca e progettualità.

Ad entrare nel suo studio e scorrere le opere che in esso sono contenute, le foto, gli articoli, le recensioni delle sue mostre, i ricordi lasciati da altri artisti, da amici del teatro e del giornalismo, sembra di respirare l’atmosfera creativa e sperimentalista di un cantiere rinascimentale: nel senso che esso è pieno delle prove e delle indagini di un’operatività in continuo divenire, per cui nemmeno una “natura morta con fiori” può rimanere solo e soltanto ciò che rappresenta. Anche nella raffigurazione di un semplice mazzo di iris si può scorgere l’attuazione, la messa in opera di un’idea originale e diversa che, in una tela posata lì accanto, sta trovando una sua forma evolutiva. Insomma, allineate sul pavimento o appese alle alte pareti è possibile leggere, come tra le pagine di una biografia, il processo sequenziale che, di quell’idea, significa, indica, esplora l’evoluzione, di quel problema, la soluzione.

La manualità forte e sicura che ha saputo appropriarsi delle tecniche pittoriche più varie, ha reso il lavoro della Trevisan variegato ed estremamente sapiente, sofisticato, permeabile anche alle istanze delle recentissime soluzioni di linguaggi artistici contemporanei; ha permesso alla pittrice di crescere seguendo il proprio istinto creativo lungo percorsi anche i più disparati, contando su una sicurezza del fare assolutamente di gran classe: è così che partendo dalla semplice (si fa per dire) costruzione di copie d’autori antichi – specialmente rinascimentali – la sua pittura ha potuto risolversi in un progressivo alleggerimento e smaterializzazione delle figure e delle forme, lasciando che la costruzione pittorica si avvalesse solo di segni di una gestualità impetuosa e, nello stesso tempo, perfettamente calibrata ed essenziale. L’opera che nasce da questo procedimento è e rimane sostanzialmente figurativa, ma risulta perfettamente leggibile soltanto dopo un percorso ottico non convenzionalmente assegnato alla lettura di un’opera figurativa. Susanna e i Vecchioni, la Vergine col Bambino, la coppia di amanti Venere e Marte, si trasformano in gesto dalla modernità quasi minimalista e in forme cosi primarie da indurre chi guarda a compiere un percorso non sempre semplicissimo, prima di giungere alla comprensione globale ed esauriente del dipinto.

Ma questa operazione di rivivere e trasformare l’arte tradizionale è solamente una parte dell’impegno della pittrice. Uno degli altri, è rappresentato dalla produzione di ritratti, anche questi lontani da una visione tradizionale che il genere, nei secoli, ha sempre richiesto: l’aderenza al soggetto, la capacità di esprimere negli atteggiamenti, se non più negli abiti, uno “status” che, se ai giorni nostri non è più certamente sociale, è atto ancora oggi a dimostrare la personalità e, in qualche modo, la statura della persona rappresentata. Ebbene, anche nei ritratti Annamaria Trevisani riesce a tradurre con un numero misuratissimo di segni ciò che riproduce la qualità caratteriale più significativa della persona che le sta davanti. Si tratti della figlia Eva – uno dei soggetti più felici e reiterati della sua produzione – di un amico o di un committente, il pennello della Trevisan riesce a trarre con straordinaria immediatezza l’essenza di quanto appartiene al ritrattato.

Una terza ma non ultima attività della pittrice è costituita dai dipinti a soggetto sacro, opere che le hanno procurato ampie soddisfazioni e che costituiscono, anche per la loro inusuale e non facile realizzazione, un’esperienza piuttosto interessante.

Non si tratta infatti, soltanto di intense Madonne o, comunque tele di piccole e medie dimensioni, di quelle che un tempo potevano ornare altaroli privati o pale d’altare in oratori gentilizi, ma anche di affreschi di grande estensione o “teleri” da collocarsi negli ampi spazi di una chiesa.

Il cimentarsi in tante forme diverse appartiene, evidentemente, alla curiosità inesausta, all’entusiasmo, a un temperamento volitivo e voglioso di esplorare sempre nuove esperienze, inclusa quella di lavorare sopra un ponteggio a dieci metri da terra, preparando intonaco, ideando cartoni e dipingendo affreschi.