EVOLUZIONE DI UN PERCORSO PITTORICO

Testo: Resy Amaglio
dal catalogo della mostra

Il progetto artistico di Annamaria Trevisan muove da un presupposto complesso, nel quale i principi di ordine culturale si sommano a motivazioni che attingono la sfera spirituale e dei sentimenti: sono quindi molteplici, e assai differenziate, le ragioni sottese a questa pittura.

E’ la figura il cardine su cui si incentra la sua creatività, il senso primo del suo fare arte: nei modi della raffigurazione cari a questa pittrice si evidenziano inoltre, e con chiarezza, i fattori che ne determinano una tipicità di significato estetico originale, la pregnanza che sola qualifica in un’opera il senso di un messaggio artisticamente valido.

La pittura rappresenta, nella vita di Annamaria Trevisan, una componente di forza radicata nel suo animo sin dall’infanzia e divenuta, tuttavia espressione libera e compiuta in anni molto lontani; ricercarne i criteri e i ritmi evolutivi significa perciò compiere un cammino a ritroso non solo lungo il tempo fisico della sua esistenza, ma anche, e sopratutto, attraverso gli spazi mentali che hanno portato la sua espressività ad esserle oggi così squisitamente peculiare.

Incline ad amare l’arte per tradizione di famiglia, la Trevisan compie gli studi a Venezia, dedicandosi all’insegnamento; la pittura rimane per alcuni anni un’attività complementare, cui dedicare il tempo del diletto, che però diviene via via tempo della ricerca e dell’approfondimento, e non soltanto di tipo formale, sopratutto quando inizia a frequentare, presso l’università di Padova, i corsi di psicologia. Questo genere di studi non va considerato ininfluente nel processo di maturazione artistica della pittrice: esso le consente anzi di allargare il ventaglio dei propri interessi artistici, comprendendovi anche un arricchimento del risvolto umano, sempre più chiaramente percepibile in certa sua produzione.

Annamaria Trevisan si dedica completamente alla pittura a partire dalla fine degli anni ottanta, quando apre bottega d’arte a Vicenza e realizza le sue prime mostre; sono, questi, anni che la vedono impegnata in una variegata committente, spontaneamente conquistata dalla sua straordinaria finezza tecnica e dalla capacità di farsi interprete delle più disparate esigenze, soddisfacendo in eguale misura la richiesta di ritratti, nature morte, o di riproposta di soggetti classici, all’antica maniera.

Da questo insieme magmatico di attività l’artista sbozzerà infine il nucleo fondente della sua pittura attuale: operazione non esattamente indolore, che le costa un periodo di riflessione e di sperimentazione assai laborioso, ma che le permette la censura con alcuni modi del passato, per inserirsi liberamente in un sentiero il cui avvio sta nella piena consapevolezza e accettazione di sé, dei propri mezzi tecnici ed espressivi e dell’appartenenza, in termini evolutivi, ad una sorta di scuola universale, dove l’artista non intende la propria presenza come fatto traumatico, bensì quale contributo personale di armonia e originalità al flusso ininterrotto del linguaggio dell’arte, nel rispetto dei canoni estetici e intellettuali di riferimento tradizionale.

Arte figurativa dunque, per riflesso concettuale e perché così sentita e voluta, nel chiaro intendimento che i valori artistici siano essenzialmente speculari rispetto alla vita, alla percezione del reale e alla coscienza dell’essere, per cui il nuovo, in arte, non debba risiedere tanto negli sconvolgimenti prospettati dal prodotto, quanto piuttosto nella costante rinnovata capacità di lettura dell’esistente; tuttavia è altrettanto evidente che questa pittura non è fittizia rappresentazione mutuata dalla realtà, perché in essa giocano forze di natura interiore, atte a trascendere l’immediatezza dell’esperienza concreta.

Inserendosi, per propensione innata e per cultura specifica, nella tradizione espressiva che ha informato i suoi studi e che costituisce ancor oggi il fondamento critico delle sue valutazioni, la pittrice si pone, rispetto al passato, in un confronto dialogico, per dare sostanza e forma alle soluzioni narrative del presente, volgendosi infine alle scelte future con chiarezza d’intenti.

Annamaria Trevisan interiorizza la duttile ricchezza che alimenta i grandi secoli dell’arte italiana, e veneziana in particolare, dal tardo Rinascimento al Manierismo, sino alle dovizie tiepolesche, sulle quali è tanto facile indulgere con felicità e passione d’arte; un universo pittorico entra a far parte del suo intimo patrimonio spirituale e intellettuale, della finezza del gusto, da cui scaturisce il senso estetico che la pittrice assume quale guida orientativa della propria creatività.

La simbiosi tra la fluttuante interiorità e la varietà delle acquisizioni culturali determina, agli esordi, una sorta di subordinazione partecipativa alle forme della tradizione storico-artistica appresa e amata nel corso degli studi: la cultura le prospetta gli stilemi nei quali riconoscersi, un ventaglio di linguaggi aperto, pronto a dare costrutto alla sua naturale sicurezza operativa, alla freschezza delle intuizioni come alla fluidità del gesto.

L’interpretazione degli antichi maestri le dà allora modo di organizzare sistematicamente il vasto portato delle discipline apprese e delle passioni estetiche giovanili, rendendo facile incanalarvi la sua spontanea vena creativa. Ma, come ogni artista comprende, Annamaria Trevisan sa riconoscere che non vi è arte possibile ove sussista uno iato tra cultura e vita: nella maturità, la consapevolezza del valore dell’esperienza umana, substrato umorale al linguaggio dell’arte, genera il suo progressivo affrancamento dai modi che hanno caratterizzato le produzioni iniziali, sicché, l’antica maniera si fa maniera autonoma, l’estetica d’immagini acquista una specificità sempre più netta e personale.

LE IMMAGlNl SACRE
E I SUGGERlMENTl DELL’INCONSCIO.

Per ila pittrice agli esordi, l’Arte Sacra rappresenta una sorta di circuito artistico-spirituale, riverberante una prestigiosa ricchezza di motivazioni e suggerimenti espressivi: viene infatti dalle immagini religiose ii suo inizio professionale, |’avvio di un sentiero lungo il quale Annamaria Trevisan procede negli anni con inesausta costanza, di studio e creatività, sorretta dalla volontà di mettersi in gioco senza riserve, come artista che, senza sconfessare il proprio tempo, rifletta nelle opere il proposito di realizzare un’espressività di sereno equilibrio estetico, dove la forma manifesti chiaramente la poesia del messaggio.

La prima fase di questo periodo la vede impegnata nella rielaborazione di spunti tratti da modelli classici, esercizio in cui profonde spontaneamente i segni del suo estro particolare, pittorico e interpretativo; peculiarità, questa, che le permette di far proprie espressioni artistiche conosciute, secondo uno specifico dettato sentimentale in cui riflettersi pienamente: anima la sua pittura il desiderio di proporre soluzioni dal sapore nuovo entro canoni formali ripresi dalla tradizione, colti, citati con libertà e con effetti suggestivi non referenziali.

Il secondo momento segna il passaggio alla decorazione pittorica di spazi sacri, dall’esecuzione di pale d’altare sino alla stesura di grandi affreschi. Questa attività lega la Trevisan, frescante di bella competenza, alla committenza religiosa: si tratta perciò di un impegno vincolato a richieste precise; tuttavia la pittrice vive i suoi interventi nell’architettura ecclesiale, fatto in sé limitativo, con reale convinzione, dispiegando nel suo fare non soltanto la raffinata abilità esecutiva, ma anche, e soprattutto, principi di carattere culturale. L’abbellimento di zone di culto spoglie e sovente trascurate risponde, per Annamaria Trevisan, all’intima aspirazione a contribuire, in maniera efficace, a ricreare un’atmosfera del sacro oggi in gran parte perduta per ragioni riconducibili anche alla grossolanità del gusto. Partendo da un tale presupposto, la pittrice riformula la storia sacra in moduli che dall’antico compiano una traslazione del sentire verso l’immediatezza percettiva dei nostri giorni, allo scopo di articolare la visione secondo un codice narrativo di valenza estetica pura, atemporale, atto ad evocare in assoluto il sacro mistero: è chiaro, in queste sue opere, il proposito di far emergere l’intuizione di un’alterità intrinsecamente spirituale attraverso la compiutezza formale delle immagini. ne consegue una prima ovvia lettura , della volta celeste come luogo dell’anima. in cui trovano risposta le premesse del credo religioso, o delle pareti del Cenacolo quali rifugio dellEterno; ciò che sposta l’indagine dall’ambito visivo a considerazioni di ordine interiore, etico, sta invero nella speciale poesia che connota la definizione delle immagini e il loro interagire intorno al nucleo centrale del brano pittorico. Sono immagini coinvolte in un’intensa affabulazione, che i ritmi dei volumi scandiscono in sequenze di notevole scioltezza; e se vi aleggia il respiro della pittura veneta dei secoli d’oro, la citazione si conclude in se stessa; piuttosto, giustifica questa pittura un’eguale seppur moderna intelligenza del divino nell’arte occidentale, dove il divino è appunto rappresentato dall’umano, a partire dal concetto di incarnazione.

Nelle sue pagine d’arte sacra, Annamaria Trevisan effonde la luminosa cromia delle volute, la levigatezza degli incarnati e la fluidità dei panneggi, quasi a ricercare, nella cifra stilistica, la risposta a un quesito dello spirito, proponendo la creazione artistica per una sua qualità veritativa, valida oltre gli orizzonti del tempo.

Tuttavia, la riflessione vigile, unita alla continua verifica delle proprie spinte immaginative e dei mezzi ricercati per esprimerle, porta in seguito l’artista a semplificare la qualità della narrazione, decantando la pienezza espressiva degli an- ni Ottanta e Novanta, l’opulenza gioiosa dei rapporti cromatici e l’intensa luminosità delle prime raffigurazioni in una diffusa pacatezza dei toni, che dona alle figure un’insolita levità e ne libera la lettura da impacci comparativi.

Da un’eguale attenzione, intellettuale e dei sentimenti, discende il rinnovamento che distingue l’intera recente produzione di Annamaria Trevisan, delicato frutto dell’immaginario e importante punto di svolta del suo percorso artistico, forseil più interessante di tutto il cammino di questa pittrice. Fatti salvi i principi cardine della rappresentazione e il loro configurarsi in un ambito che non prescinda dalla consapevolezza della realtà, l’immagine evolve ora verso modi nei quali l’inespresso, il suggerito, acquistano valore predominante: come se la spoliazione della forma producesse l’inatteso avverarsi di una nuova sostanza, smaterializzata e sfuggente.

Dapprima, è un artificio tecnico che realizza questa sorta di enucleazione del significato del dipinto attraverso la destrutturazione delle superfici: scie di colore bianco assoluto o di tinte contrastanti, turchese, rosso-aranciato, intervengono allora nella regolarità degli elementi compositivi, creando brevi fratture e spostando l’attenzione su risvolti secondari del racconto. Si fanno poi evanescenti le ligure; non più rappresentate nella loro completezza, esse assumono parvenza di sintomi, allusivi ed evocativi: i corpi appaiono in certo modo disarticolati, mentre pochi tratteggi adombrano le fisionomie. Sola, l’intensità degli sguardi raccoglie e palesa il postulato poetico dell’opera. Infine, sulle tele levigate da un chiarore opalescente, la Trevisan intesse una rete di precisi rimandi, che vincolano il profilo delle forme al loro significato primario; la prepotenza delle mani, l’aereo sfarsi dei volti nell’abbandono, la fisicità delle presenze espressa in fugaci geometrie carnali, un ginocchio, la curva di un ventre: tutti i momenti essenziali del tessuto narrativo elaborano questa pittura quale formulazione visiva di categorie dell’inconscio. Qui, nella sommessa modulazione dei cromatismi, assumono consistenza il richiamo, e l’offerta, di sensi e passioni, impeti e languori, tenerezza e seduzione: come in un gioco di apparizioni subliminali, si snodano le fasi di un iter pittorico lungo il quale le pulsioni interiori si rifrangono nel continuum di armoniche provocazioni, suggerendo con estrema leggerezza la tipicità del messaggio; talvolta fa velo alla rappresentazione un impercettibile pudore, che smorza i toni cromatici e alleggerisce l’orchestrazione dei movimenti. La stesura monocromatica, come l’occasionale scelta della tecnica a gouache, determina una singolare incorporeità dell’insieme, cadenzato dalla digradante fluidità del tocco e dell’aereo articolarsi delle scansioni volumetriche, nell’alterno intreccio degli accordi tonali.

Il codice espressivo di questa produzione si incardina in una tessitura sintattica molto musicale, dai limpidi timbri melodici; alla povertà del colore fa riscontro il ricco variare delle movenze, suggellate dall’accorto succedersi degli sfumati e delle velature: sull’ordito luminescente svaporano le trame dei volti e il tenue vibrare dei corpi, mentre nel chiaro-scuro delle ombreggiature, in una suggerita tridimensionalità, l’essenza del racconto gioca a svelarsi con qualche reticenza.

Un ambiguo senso di attesa viene dagli stralci di ligure immerse in un’aura di tempo sospeso, che l’autrice impagina secondo indicazioni prospettiche racchiuse in una spazialità indefinita; e nelle campiture d’ombra, tracciate ad evidenziare per allusioni il viluppo dei corpi, si dispiega l’ininterrotto mutar di fraseggio di un discorso apparentemente incompiuto.

Di quest’ultima produzione fanno parte alcune Maternità, tema assai caro alla pittrice, per la sua componente umana Fragile e complessa, chiamata quasi a confronto con la forza di un’ignota sacralità; ed è proprio l’umanità del soggetto che ribalta il contenuto, il significato della rappresentazione. Assai prima di essere madri sacre, queste Madonne sono le mamme di un’ineffabile giovinezza, sollecita e timorosa, inconsapevole e ancora lontana dalla tragedia del divino sacrificio: nei loro atteggiamenti carezzevoli insiste la percezione di un’incolpevole gioia, che si appresta a vivere non il martirio ma la grazia. La stessa iconografia del bambino rivela la predilezione dell’artista per gli accenti dell’immediatezza spontanea, dal sapore terreno, quale si coglie, ad esempio, nel nervoso sgambettare del poppante, o in un soffio di smarrimento nell’abbraccio materno.

Le soluzioni formali adottate raggiungono in queste opere momenti di perfetta purezza espressiva, nell’equilibrato contrappunto tra evocazione sentimentale e intima segretezza.


I RITRATTI

Nel dominio del ritratto, Annamaria Trevisan apre a motivi d’ordine personale; radici formali, ragioni estetiche e suggestioni interpretative di natura psicologica trovano qui un campo d’applicazione assai composito e stimolante, nella prospettiva di un progetto che si configura sin dall’inizio delicato e complesso.

Dedicarsi alla ritrattistica può infatti, ai nostri giorni, costituire una scelta rischiosa: i mezzi forniti dalle tecniche fotografiche e i raffinatissimi risultati che essi consentono di raggiungere, hanno quasi totalmente soppiantato il ritratto dipinto, il cui pregio è la difficile risultante del fragile rapporto tra rappresentazione e introspezione. Sono inoltre cadute le motivazioni che hanno prodotto nel passato la straordinaria fioritura di questa tipologia espressiva, né vi si ricerca ovviamente più un’attestazione di natura socio-economica, affidata oggi a differenti simboli, certamente mai ritenuti imperituri; non va infine sottovalutata l’alea della quale è per se stessa portatrice la committenza, interessata al ritratto sulla base di istanze variegate, spesso superficiali quanto imprevedibili.

Annamaria Trevisan affronta il tema convogliandone le problematiche verso soluzioni formali di armonico equilibrio tra i modi esteriori dell’opera e i suoi motivi qualificanti; un’innata eleganza mentale le permette di risolvere dubbi e incertezze, sciogliendo nella dolcezza del tratto pittorico aspettative ed esigenze non di rado contrastanti. I suoi ritratti sono pagine di pittura nelle quali il senso dell’intrinseca bellezza di un momento d’arte trova una specifica ragione di ricerca, di esistenza stessa, in una somma di principi veritativi da cui procedere nell’articolozione dell’intero dipinto.

L’imprescindibile centralità del volto, con il ricco corredo cangiante di sfumature espressive, costituisce per lei, come per ogni artista figurativo, una fonte perenne di studio e riflessione, alimentata dall’intima convinzione che nulla di quanto esiste in natura non sia suscettibile di lasciare traccia sulla mutevole, ma ineludibile, presenza di una maschera umana, interprete d’elezione di ogni possibile realtà. Annamaria Trevisan esige dai volti dei suoi ritratti il quid interpretativo che li porti a travalicare la necessaria somiglianza fisica, per arricchirsi di un determinato passaggio spirituale; notazione, questa, che potrebbe tuttavia rientrare nell’ovvietà della buona pittura, se non fosse che l’artista vi incentra il pieno significato dell’opera, e il suo fondamento, sicché l’animo, la psyché, l’essenza del soggetto rappresentato, paiono venire prima della sua raffigurazione ed anzi generare le forme stesse della sua fisicità: e con le forme la postura, il movimento, tutta la gestualità, sia essa vivace o suggerita, la totalità quindi di quanto fa di una persona, inderogabilmente, ciò che già è intuibile nella peculiarità del suo sguardo.

Un risvolto affascinante nell’analisi di questi ritratti è dato poi dall’impressione che concorrano ad articolarne il significato fattori inattesi e di natura assai differenziata, che si intrecciano in maniera indissolubile al dialogo tra il soggetto dell’immagine e l’artista chiamato a darle vita: i modi della rappresentazione, che nella Trevisan sono raramente soltanto funzionali rispetto al compimento dell’opera, sembrano assumere un senso nuovo, qualificante per l’incontro d’arte e conoscenza formulato nel dipinto. L’estro pittorico che caratterizza i ritratti non si limita a postulare la prevedibile sintesi della loro validità formale, a strutturarne la cifra stilistica: la forma narrativa appartiene alla sostanza del dipinto stesso, che ne appare connaturata, poiché una valenza umana, oltre che estetica, intride i ritmi della narrazione; così avviene che l’elaborazione dei registri tonali, le modulazioni cromatiche e le loro alternanze, come il dispiegarsi di luci e ombre, acquistino un rilievo contenutistico, siano parte integrante dell’unicità dell’opera, della sua irripetibilità.

Si direbbe perciò che lo sguardo sereno e sorridente della giovane donna ritratta in atteggiamento sciolto sullo sfondo appena intuibile di un salotto, implichi di necessità l’aereo velatura dei tessuti raffinati, elementi tipici di un confortevole decoro; il colore prezioso, che si alleggerisce sfumando nell’aria, all’interno del breve stralcio ambientale, si fonde, nella sua levità, alla leggerezza gioiosa della garbata forma femminile, alla posa rilassata ed elegante. E quando il pennello scivola sull’abito, spigolando la luce tra le increspature, o si sofferma a indagare minuziosamente le belle mani accostate, la pittrice rimanda al soggetto la sua stessa compiuta serenità, per il tramite di una sintassi pittorica molto articolata e ricca di cadenze minuziose.

Il ritratto maschile con busto marmoreo ripropone invece alcuni elementi di una tradizione antica oggi inconsueta; la presenza del busto indurrebbe infatti a collocare l’opera tra gli esempi, l’opera chiave contemporanea, di iconografia celebrativa. E evidente che il soggetto rappresentato è persona di rango, qualità percepibile già nella naturalezza della non facile posa: inquadrato frontalmente, l’uomo appoggia con noncuranza il braccio alla spalla della statua, guardando davanti a sé; lo sguardo è attento, l’atteggiamento distaccato.

L’intero dipinto è permeato da un’aura di signorilità pensosa, priva di formalismi ma molto tangibile, sentita e materializzata sino alle sfumature; quanto di celebrativo è dato dall’apparire, in primo piano, del busto, si stempera nell’accorta semplicità dell’abbigliamento e nell’assenza totale di qualsiasi altro simbolo di più preciso riferimento a una nobiltà che non sia quella dello spirito: e questa si evince chiaramente dal tono complessivo, trasparendo innanzi tutto dalla misurata severità dello sguardo.

Il pennello si spende abilmente nella fragranza del gioco cromatico, dalle alternanze azzurrate dispiegate a comporre la morbida camicia, che si apre sul cache-col allacciato in modo casuale, al braccio sinistro scoperto, sino alla mano rilassata, di squisita fattura; l’impaginazione è volutamente spoglia, soltanto rapide scansioni di contenuta policromia si alternano sul fondo. Passa, in questo ritratto, un frammento di tempo raro, il guizzo di una speciale affinità tra il soggetto e l’artista, un’intuizione felice immediatamente palesata sulla tela.

Il recente ritratto di bambino con cane documenta un vivace trasporto dell’autrice verso il soggetto, raffigurato con grande dolcezza di effusioni cromatiche: bello e dall’aria gentilmente partecipe, il piccolo adolescente sollecita una pittura altrettanto bella. La Trevisan organizza gli elementi del dipinto secondo una grammatica espressiva semplice e nitida, nella quale la perizia tecnica si accompagna al piacere di costruire un’immagine pienamente serena e aggraziata; i particolari accurati, che il morbido diffondersi di toni azzurrini e bruni sottolinea elegantemente sul fondo neutro, rendono in tutta evidenza l’armonico rapporto tra l’intenzione artistica e la ricercatezza del risultato. Opera della tenerezza, accresciuta di una tranquilla spontaneità dalla presenza dell’animale; nella cura dei dettagli si completa l’armonia della composizione, immersa in un’atmosfera pacata, che un’appropriata scelta del colore rende assai accattivante.

Il desiderio di sperimentare anche nella ritrattistica le soluzioni che da qualche tempo va adottando in altri settori, ha spinto Annamaria Trevisan a realizzare opere dalle cromie appena accennate, dove le cadenze del chiaroscuro e l’orchestrazione delle velature ricoprono un ruolo e un significato particolarmente rilevanti. Queste sue ligure, pur riprese generalmente secondo canoni d’impostazione tradizionali, sono connotate di una leggera indefinitezza: il tocco soffice addensa parcamente il colore lungo i traiti fisiognomici, o nelle sequenze strutturali del dipinto, sicché la visione d’insieme è di una sommesso luminosità, che avvolge morbidamente l’impaginato, Creando l’impressione di un suggerimento visivo.

Esemplare in questo senso è il ritratto d’uomo, costruito completamente nel rapporto tra le tenui alternanze chiaroscuro che definiscono la figura e le tracce lucenti di pallido azzurro, che in un diffuso sfumare di luce danno risalto a particolari apparentemente trascurabili, soffermandosi o impreziosire l’abbigliamento casuale, mentre rapidi passaggi di tono plasmano la testa in una sorta d’ombra meditativa.

I ritratti della figlia Eva costituiscono un ambito tutto speciale nella produzione di Annamaria Trevisan: sono opere in cui la pittrice esprime il reiterarsi nel tempo di un atto d’amore che, assumendo rilevanza estetica, definisce artisticamente il legame affettivo che corre tra madre e figlia e nel contempo valorizza i piccoli mutamenti attraverso i quali la bimba deliziosa dei ritratti infantili si trasforma in una giovane donna, consapevolmente protagonista della sua stessa raffigurazione.

L’immagine di Eva che si affaccia lateralmente, uscendo da una quinta ideale verso il proscenio del dipinto, racchiude nella posa accurata e nello sguardo pensoso una compiutezza formale maturata per mezzo di un fare tecnico nutrito di riflessioni sentimentali molto partecipative.

Rappresentazione speculare a un’essenza del femminile in cui si riflette l’animo stesso dell’autrice, il ritratto offre una bella sintesi di sicurezza narrativa e pregnanza del contenuto: il dialogo tra somiglianza e interiorità, transitorietà dell’immagine e integrità del suo significato, trova nei ritmi espressivi di quest’opera un equilibrio dagli esiti di chiara suggestione.

L’assetto del dipinto si risolve con classica semplicità nel variare dei registri tonali: la morbidezza degli accordi struttura plasticamente le sembianze, mentre pochi timbri vivaci disegnano per cenni l’abito; il colore si smorza poi nei tratti del viso leggermente assorto, dove il pennello, indulgendo a fermare un’ombra di capriccio ai lati della bocca, insinua un inatteso frammento di giovane arguzia.

Il linguaggio di Annamaria Trevisan, pur nel variegato sviluppo delle impostazioni, rimane essenzialmente l’espressione della “pittura di tocco”, morbido e raffinato. l suoi presupposti sono leggibili nella storia del nostro passato artistico; nasce nell’oggi il concerto libero delle sue immagini; non hanno limiti di tempo la cultura della bellezza e l’aspirazione a proporla come principio esistenziale.

“Ci sono momenti di grazia e altri di fatica; amo stare davanti alla tela vuota, al muro fresco, al foglio bianco: interrogarmi e aspettare”.